Le mappe storiche forniscono la localizzazione dei siti archeologici più importanti per monumenti e/o valore dei reperti.
In Sardegna sono ammirabili le testimonianze delle più antiche culture e civiltà mediterranee, a partire dalle necropoli dei Sardi preistorici (nel Sud Sardegna: Villaperuccio e Goni). Nel mondo, in pochissimi luoghi sono osservabili monumenti preistorici, ma l'insularità e il contenuto numero di abitanti della Sardegna hanno contribuito a preservare alcune delle più antiche realizzazioni dell'Umanità, site negli splendidi e tuttora immodificati contesti paesaggistici in cui furono erette circa 5000 anni fa.
Ma sono i monumenti della successiva civiltà nuragica che più caratterizzano il paesaggio della Sardegna, con migliaia di Nuraghi sulle alture e santuari e tombe edificati sempre in luoghi di grande fascino naturalistico (nel Sud Sardegna: Barumini, Orroli, Serri, Sardara, Siddi, Suelli, Villanovaforru, Quartucciu, Ballao).
Sulle coste del Sud Sardegna, intorno all'850 a.C., approdarono i Fenici, che fondarono i primi centri urbani della Sardegna, e quindi, intorno al 530 a.C., i Cartaginesi. Di queste civiltà restano tracce nel genoma dei Sardi del sud dell'Isola e sul suo territorio, che mostra spettacolari monumenti fenicio-punici (Cagliari, Carbonia, S. Antioco, Santadi).
Anche i Romani, il cui dominio in Sardegna inizia nel 238 a.C., predilessero luoghi affascinanti, come la penisola di Pula (città, terme e mosaici di Nora) e la valle del tempio di Antas (Fluminimaggiore).
Nel Sud Sardegna è possibile percorrere a ritroso 5000 anni di storia, percorrendo itinerari che offrono uno straordinario mix di archeologia, Natura e cultura eno-gastronomica.
Per informazioni su accesso ai siti archeologici consultare la pagina del Comune competente. I preziosi reperti dei siti protosardi, nuragici, fenicio-punici e romani sono esposti nel Museo Nazionale Archeologico di Cagliari e nei Musei Civici Archeologici del Sud Sardegna.
Necropoli e Menhir di Pranu Mutteddu
L'intero territorio di Goni è un parco botanico, archeologico e geologico. Querce, sughere, lentischi, lecci, mirto e olivastri incorniciano le rive del fiume Flumendosa, le colline degradanti sul Lago Mulargia e i monumenti preistorici del
Parco archeologico di Pranu Mutteddu (Altopiano del Mirto, 20 ha)
, costituito a seguito della campagna di scavi effettuata negli anni '80 dal Prof. Enrico Atzeni dell'Università di Cagliari, sulla base di mappe cartografiche elaborate negli anni precedenti da alcuni cittadini di Goni.
La necropoli megalitica di Pranu Mutteddu fu opera delle genti della cultura di Ozieri (3200-2500 a.C.) e costituisce una delle più importanti necropoli-santuario preistoriche d'Europa, splendidamente sita in un contesto naturale poco o nulla modificatosi negli ultimi 5000 anni.
Pranu Mutteddu presenta una straordinaria ed emozionante concentrazione di menhir (più di 50), il maggior assembramento della Sardegna. Le alte pietre, pazientemente sbozzate a martellina, segnalavano il luogo sacro e di culto funerario: sono disposte in coppie, in piccoli gruppi o in allineamenti.
L'allineamento maggiore consta di 20 menhir
, alti anche 2,50 m, erti nella quiete di un querceto costellato da tombe megalitiche e da domus de janas.
Magnifica è la più grande delle Tombe megalitiche di Pranu Mutteddu
, nota come Tomba A, sita al centro dell'area sacra. La sua costruzione (diametro di circa 11 m) presenta tre circoli concentrici di pietre formanti una specie di tumulo, la cui parte centrale è costituita da un grosso blocco di arenaria lì appositamente trasportato dai Protosardi, si ritiene da un sito lontano dalla necropoli.
Il blocco fu finemente lavorato a martellina e nel suo interno vennero scavate 2 celle. Intorno al blocco vennero realizzate, in muratura, almeno altre 6 celle.
L'ingresso del tumulo guardava a sud e si apriva su un cortile (diametro circa 33 m) alloggiante un menhir e una capanna dedicata ai
riti che numerosi si svolgevano a Pranu Mutteddu
: non solo riti funerari ma anche celebrazioni connesse agli eventi astronomici che scandivano il calendario agricolo.
Pranu Mutteddu fu un'area sacra frequentata per più di un millennio. Ha restituito soprattutto reperti della cultura di Ozieri: vasellame, due vaghi di argento (eccezionali, perché rarissimi erano gli oggetti metallici in quel periodo storico) e manufatti in pietra e in ossidiana sapientemente lavorati, tra cui uno splendido pugnale in pietra.
Immerse nella macchia mediterranea, in una zona di Pranu Mutteddu chiamata Su Cranku, appaiono invece le domus de janas che i
Protosardi
scavarono nel fronte roccioso di un'altura di chiara arenaria.
Il Parco è attrezzato con area di sosta e bar-punto ristoro (su prenotazione sono degustabili squisiti arrosti cotti alla brace, serviti su un letto di fronde di mirto).
Statuina di Dea Madre - Senorbì, Loc. Turriga
È il più grande (42 cm) degli idoli litici trovati in Sardegna. I Protosardi, intorno al 3500 a. C., iniziarono a realizzare statuine della Dea Madre, protagonista della loro religiosità.
Circa 3000 a.C. è databile l'idolo di Senorbì: fu trovato in loc. Turriga, nell'agro, entro un cerchio di pietre, vicino ad un villaggio preistorico. Per volumi, simmetria e astrazione geometrica è una delle opere più belle della preistoria mediterranea (visibile presso il
Museo Archeologico di Cagliari
).
Tomba ipogeica di Padri Jossu - Sanluri
Nella tomba collettiva, che conteneva un'ottantina di inumati, fu rinvenuto materiale della cultura di Monte Claro (seconda metà III mill. a.C.), vasellame ed elementi ornamentali in metallo, pendenti in conchiglia, osso e pietra. Tra i manufatti spiccano uno specchietto, un pendaglio e dei vaghi in argento e alcuni pregevoli brassard (2000-1800 a.C.), cioè polsiere di osso o di avorio per la protezione dell'avambraccio degli arcieri preistorici.
Questi preziosi oggetti ed i reperti punici e romani del territorio di Sanluri (necropoli di Corti Béccia e di Bidd'e Crésia) sono visibili presso il Museo Archeologico Provinciale di Sardara, che espone anche i reperti delle civiltà protosarda, nuragica, fenicio-punica e romana che si succedettero nell'antichità nel territorio di Sardara e in quello dei vicini Comuni di Serrenti, Nuraminis, Monastir, San Gavino, Pabillonis, Gonnosfanadiga, Guspini, Arbus.
Necropoli a domus de Janas di Corongiu e di S'acqua Salida - Pimentel
Le necropoli neolitiche a domus de janas di Corongiu e di S'acqua Salida (lungo la strada per Guasila) sono il gioiello archeologico del Comune di Pimentel e furono scavate dai Protosardi, oltre 4000 anni fa, nello spessore del fronte di roccia calcarea.
Alcune tombe presentano più celle, nicchioni e banconi per le offerte e sono arricchite da particolari architettonici (colonne e pilastri) e da arcani segni, incisi o dipinti. Gli interni delle domus offrono un piccolo campionario del simbolismo protosardo; in una delle tombe più note di Corongiu, ai lati della porta immettente dall'anticamera alla cella funeraria, è visibile un disegno costituito da due grandi spirali appaiate ai lati di un segno verticale.
Questo disegno suggerisce un volto stilizzato forse alludente alla "Dea degli Occhi", uno dei simboli con i quali i Prenuragici rappresentavano la Dea Madre, protagonista della loro religiosità insieme al complementare, ma meno rappresentato, dio Toro, di cui una tomba di S'acqua Salida mostra l'effige: un segno a T, apposto due volte sulle pareti della tomba con la rossa ocra. Le necropoli protosarde di Pimentel furono utilizzate anche successivamente, in età nuragica e quindi cartaginese.
Protonuraghe Sa Corona - Nuraminis
Da Loc. Villagreca, a breve distanza da Nuraminis, una stradina sterrata sale alla collina calcarea di Sa Corona (258 m) sulla quale, a quota 226 m, si trovano gli imponenti resti del protonuraghe Sa Corona,
uno dei più antichi monumenti megalitici del Bronzo antico, eretto intorno al 2000 a.C.
dalle genti della cultura di Monte Claro di cui il sito ha restituito, tra gli altri reperti, un pugnale di rame.
La pianta del protonuraghe è ellittica con massimo diametro esterno di m 11,70 ed interno di m 6,30. Della struttura originaria restano lembi di muratura alti circa 1 m e spessi circa 2 m. Ai piedi della collina, in loc. Santa Maria, è visibile un piccolo pozzo sacro nuragico circondato dai resti di quattro Nuraghi (Sa Corona, Serra Kannigas, Monti Lonaxi e Su Padru, edificati tra il 1500 e il 1100 a.C.) e dei loro villaggi.
Villaggi di Monte Zara e di Monte Olladiri - Monastir
Su M. Olladiri (235 m) era sito uno dei numerosi villaggi preistorici campidanesi (cultura di Ozieri e di S. Michele, 3200-2800 a.C.). Da questo insediamento è riaffiorato vasellame ornato di bei decori geometrici di file di triangoli.
In loc. Monte Zara fu invece ritrovato un grande vaso tripode, sconosciuto alle coeve culture italiche e utilizzato quale pentola da posizionare direttamente sulle braci (visibile presso il Museo Archeologico di Cagliari).
Menhir di Piscina Rei e Cuili Piras - Muravera
Nella zona di PortoPirastu-Capo Ferrato (loc. Costa Rei) si trovano i complessi megalitici di Piscina Rei e di Cuili Piras dove rispettivamente 22 e 42 menhir di granito eretti dai Protosardi 5000 anni fa (!), indicherebbero le posizioni del sole e della luna nei solstizi.
Altri 42 menhir molto ben conservati, due dei quali ancor più rari perché antropomorfi, si trovano nella suggestiva area del Nuraghe Scalas.
Villaggio di Su Cungiau da Marcu - Decimoputzu
Dal villaggio preistorico di Su Cungiau de Marcu (4000-3.400 a.C.) proviene una statuina in alabastro di Dea Madre mentre il vicino villaggio nuragico arcaico di Mitza-Pùrdia (cultura di Bonnannaro) ha restituito, insieme a molti reperti indigeni, una testa di guerriero in avorio con elmo ed un portagioielli del tardo miceneo (1425-1340 a.C.) e raffinate collane di perle di vetro blu, verdi, beige, prodotte dai rinomati gioiellieri micenei o egizi. (I reperti di Decimoputzu sono visibili presso il Museo Archeologico Nazionale di Cagliari).
Villaggio di San Gemiliano - Sestu
A poca distanza dalla Chiesa campestre di San Gemiliano, scavi hanno portato alla luce i resti di uno dei più estesi villaggi della cultura di Monte Claro (2500-2000 a.C), edificato su un precedente insediamento della cultura di Ozieri, e di cui sono visibili solo le fondamenta circolari o rettangolari di una sessantina di capanne, disposte senza alcuno schema urbano.
San Gemiliano, località immersa nel fertile agro sestese e raggiungibile attraverso una campestre che si diparte dalla S.P. per Ussana, ospita l'omonima Chiesa risalente al XIII sec., amatissima dai Sestesi e nota in tutto il Campidano per le festose manifestazioni religiose e popolari che vi si svolgono, da molti secoli, ogni III domenica di Maggio.
Grotta rifugio di Corongiu Acca - Villamassargia
Le prime tracce documentabili (7000-6000 a.C.) di insediamenti umani nel Sud Sardegna sono state trovate a Cagliari e nei territori della nuova Provincia di Carbonia-Iglesias: Buggerru, grotta S'Acqua Gelara - Carbonia, grotta di Su Carroppu - Iglesias, grotta M. Casula, loc. Monteponi - Santadi, loc. Tatinu e Villamassargia.
Grotte e ripari sotto roccia erano la residenza preferita dei primi neolitici ma non mancavano insediamenti all'aperto.
Come altri rifugi naturali anche la grotta Corongiu Acca di Villamassargia fu frequentata per millenni e infatti uno dei suoi più pregiati reperti proviene dalle genti successive ai primi neolitici: è una ciotola decorata con triangoli grandi e piccoli e finemente punteggiata (cultura di Bonu Ighinu, circa 4000 a.C.).
Grotta di Su Carroppu - Carbonia, loc. Sirri
È uno dei più antichi siti d'inumazione documentato in Sardegna. La grotta è una piccola cavità esposta a Nord e dominante una stretta valle. All'interno sono stati ritrovati: due scheletri con collane di conchiglie e di rondelle forate di scisto, databili circa 6000-5000 a.C.; bulini, raschiatoi e punte di freccia triangolari di ossidiana; ceramiche decorate con impronte a crudo di conchiglia (varietà Cardium), un motivo ornamentale che è il tratto più comune del Neolitico Antico europeo e che fa la sua comparsa in Sardegna intorno al 7000 a.C., perdurando per millenni.
I numerosi e preziosi reperti archeologici (preistorici, nuragici e fenicio-punici) del territorio di Carbonia sono visibili anche presso il Civico Museo Archeologico di Carbonia e presso il Museo Archeologico Nazionale di Cagliari.
Necropoli a domus de janas di Montessu e menhir di Terrazzu - Villaperuccio
La necropoli neolitica di Montessu (IV-II millennio a.C.) si trova a circa circa 3 km dal centro abitato di Villaperuccio, immersa nel verde, sull'altura basaltica di Sa Pranedda (m 216). La solitaria bellezza del paesaggio è dominata da un roccioso anfiteatro naturale nel cui fronte si aprono oltre 40 tombe (domus de janas) di vario impianto e forma, scavate nella roccia con piccozze di andesite e in origine chiuse da lastroni di pietra squadrata. Alcune domus hanno ingressi alti 2 metri e più camere con soffitti resi piani e particolari architettonici che svelano l'impiego di artigiani specializzati.
La necropoli di Montessu e gli arcani graffiti incisi o dipinti sulle sue pareti (simboli cruciformi della dea Madre, spirali puntiformi, festoni, motivi curvilinei) trasmettono con intensità la spiritualità delle genti prenuragiche (cultura di S. Michele) che la originarono. Di grande suggestione è la tomba XXXIV, che presenta l'effige del dio Toro, due grandi corna, scolpite in rilevo sulla volta.
L'utilizzo della necropoli continuò anche in età nuragica e il luogo, per oltre due millenni, fu
un importante santuario dedicato al culto dei morti
, intorno al quale i vivi stazionavano anche per il rito dell'incubazione. All'inizio dello splendido percorso a piedi (circa 1 ora) che conduce alla necropoli si trova la struttura del punto info-biglietteria-ristoro. I ricchi corredi funerari rinvenuti nell'area di Montessu sono esposti nel Museo Nazionale di Cagliari e nel Museo Civico di Santadi.
Nella piana di Villaperuccio, in loc. S'Arriorgiu, dove erano stanziate le genti che costruirono la necropoli di Montessu, sono visibili una quindicina di menhir, tra cui il menhir di Terrazzu, che raggiunge i 5 metri, pur mancando del vertice, abbattuto da un fulmine.
La necropoli di Montessu dista circa 10 Km dalle spettacolari Grotte di Is Zuddas (Santadi). Ogni marzo nel piccolo Comune si svolge la Sagra delle Arance durante la quale si gustano gli ottimi prodotti del rigoglioso agro di Villaperuccio, bellissimo in primavera, con gli aranceti in fiore e i verdissimi e profumati prati punteggiati di greggi.
Dea madre di Monte Meana - Santadi
Da una grotta in loc. Monte Meana provengono tre statuine di Dea Madre (altezza circa 7 cm, realizzate con diafisi ossea di animale, 3700-3300 a.C.).
Un'altra cavità dell'affascinante patrimonio speleologico di Santadi è Su Benatzu, un'ampia grotta carsica con più sale ricche di fini concrezioni, esplorata per la prima volta nel 1968 dall'Associazione Speleologica Iglesiente: per i Nuragici era un luogo sacro in cui celebrare riti e deporre offerte ma fu probabilmente utilizzata anche dai Prenuragici.
I reperti della grotta di Su Benatzu e i preziosi manufatti di pietra ed ossidiana delle necropoli e dei villaggi preistorici del Sulcis (asce, manufatti in ossidiana e in pietra, ornamenti) sono visibili presso il Museo Archeologico di Santadi.
Cagliari preistorica
[Grotta di S. Elia; insediamenti all'aperto della Sella del Diavolo e di S. Gilla; Grotte dei Colombi, del Bagno Penale, di S. Bartolomeo, Tombe di Monte Claro]
Sono le località costiere, lagunari e urbane di Cagliari dove sono state trovate testimonianze della Cagliari preistorica. Le prime (circa 6000 a.C.) provengono dalle sponde della laguna di S. Gilla e dalla Grotta di Sant'Elia, (scoperta nel 1878 ed oggi distrutta): sono frammenti di ceramiche con decori impressi a crudo con conchiglia di arsella, manufatti in selce e ossidiana. I Protosardi trovarono cibo nelle vaste e pescose lagune e rifugi nelle grotte calcaree di Cagliari.
Dalla Grotta del Bagno Penale proviene uno splendido vaso globulare della cultura di Bonuighinu (4000-3400 a.C.), con manici forati e decori puntiformi finemente incisi. Nella Grotta di San Bartolomeo, scavata all'inizio del '900 e oggi scomparsa a causa di frane, furono trovate ciotole a disegno stellare della cultura di Ozieri e, negli strati superiori, magnifici vasi e pugnaletti in rame tipici della corrente del vaso campaniforme, che raggiunse la Sardegna tra la fine del III e l'inizio del II millennio a.C.
Tracce di villaggi e di insediamenti di capanne (fine III mill. a.C.) compaiono lungo lo stagno di Molentargius, a Monte Urpinu, nel sito della facoltà di Lettere dell'Università di Cagliari, in Via Is Mirrionis, sulle collinette tra Pirri e Cagliari. Tracce di coevi insediamenti sono stati trovati nell'immediato hinterland cagliaritano: a Su Coddu (Selargius), Sa Perda Bona (Quartu S. Elena); Su Planu (Elmas).
La cultura di Monte Claro (2500-1800 a.C.), caratterizzante la parte finale della preistoria sarda, deve il suo nome ai caratteristici e alti vasi dei corredi funerari delle tombe riemerse a inizio '900 a Monte Claro (durante l'edificazione dell'Ospedale Psichiatrico di Cagliari), in via Basilicata, in via Trentino e nella zona di sa Duchessa (durante l'edificazione della Casa dello Studente).
Villaggio nuragico di Seruci - Gonnesa
Il villaggio nuragico di Seruci (1200-900 a.C.) è uno dei più estesi della Sardegna ed è situato sulla sommità di un pianoro a breve distanza dall'abitato di Gonnesa. Fu individuato nel 1897 da Ignazio Sanfilippo e studiato da Antonio Taramelli.
Scavi parziali hanno riportato alla luce i basamenti di oltre 100 capanne risalenti all'età dei Nuraghi, sovrastate da un monumentale complesso nuragico pluriturrito, in gran parte ancora sepolto.
L'abitato è costituito da distinti gruppuscoli di capanne, separati da tortuosi sentierini, il che fa ritenere che vi dimorassero più clan familiari, ognuno con una propria, piccola "area di pertinenza". Una capanna mostra un raro esempio di vano interno ripartito da un muro e ve ne sono altre che presentano ambienti contigui al vano centrale, probabilmente utilizzati come cortili di stoccaggio delle derrate.
Nuraghe Grutt'e Acqua - Sant'Antioco
Sant'Antioco, sita sull'omonima isola, è uno dei più importanti siti archeologici europei dell'età fenicio-punica ma, ben prima che vi approdassero i Fenici (VIII sec. a.C.), sull'isola svettavano numerosi Nuraghi.
L'Amministrazione comunale ha recentemente deciso di realizzare il Parco nuragico di Grutt'e Acqua, che valorizzerà l'omonimo Nuraghe (circa 1200 a.C.) e i coevi e vicini Pozzo sacro e Tomba dei Giganti.
L'area archeologica include un laghetto e una delle rocce più note dell'Isola di S. Antioco: "Su niu de su Crou".
Nuraghe Sirai - Carbonia
Sorge nella pianura a Sud-Est di Monte Sirai e intorno alla sua imponente torre originaria (circa 1400 a.C.) ci sono i resti di 4 Nuraghi, di fortificazioni ciclopiche e di un esteso villaggio, parzialmente coperti dalla vegetazione. La torre era posta a guardia della strada di accesso al monte lungo la quale si ergevano anche i Nuraghi Piliu e Nuraxeddu, a testimoniare il valore strategico che già i Nuragici attribuivano all'altura di Monte Sirai (191 m) erta alla confluenza di tre direttrici naturali, sulle quali corre anche l'odierna rete viaria: una, a est, attaversa l'entroterra e conduce a Cagliari; l'altra, a sud, a S. Antioco (a soli 15 km); la terza, a ovest, conduce alle aree minerarie dell'Iglesiente.
Le prime testimonianze umane su Monte Sirai sono tombe domus de janas (circa 2500 a.C.) scavate nel tufo. Nel 725 a.C. circa i Fenici di Solki (l'odierna S. Antioco, fondata nel 750 a.C.) edificarono sulla tabulare sommità di M. Sirai un avamposto fortificato che circa due secoli dopo fu ampliato dai Cartaginesi e le cui strutture (acropoli, tofet e necropoli) costituiscono il Parco Archeologico di Monte Sirai, uno dei più importanti siti europei della storia fenicio-punica.
Nuraghe Sedda e scalo lagunare di S. Maria de Nabui - Guspini
In loc. S. Maria de Nabui, sita a ridosso dell'ampia distesa lagunare degli stagni di S. Maria-S. Giovanni-Marceddì, sul confine tra le Province del Medio Campidano e di Oristano, i Nuragici eressero intorno al 1350 a.C., sul colle di Sedda is Benas, un Nuraghe complesso di cui restano solo le fondazioni e che controllava il sottostante scalo lagunare (il livello dell'acqua era allora più alto). La Sardegna nuragica offriva metalli, sale e cereali che attrassero già dal XIV sec. a.C. i mercanti provenienti dalle coste e dalle isole del Mar Egeo (Micene, Creta, Cipro, Rodi).
Il Nuraghe è importante perché ha contribuito a documentare il circuito di scambi nel quale erano inseriti intorno al 1000 a.C. i centri nuragici, soprattutto e non solo costieri, che smerciavano metalli (piombo, rame, argento) e riproducevano oggetti fenici, orientali e a volte greci. Intorno al X sec. a.C. i Nuragici di Sedda is Benas entrarono in contatto anche con mercanti levantini (reperti palestinesi di S. Maria de Nabui); il santuario nuragico di S. Anastasia (Sardara) nella "sala del Consiglio" mostra bacili orientali probabilmente "sdoganati" proprio dal vicino scalo lagunare di S. Maria de Nabui.
A circa mezz'ora di vettura dalla laguna si trova il complesso minerario dimesso di Montevecchio.
Tombe dei Giganti di San Cosimo - Gonnosfanadiga
Ben otto sono i Nuraghi del territorio di Gonnosfanadiga; nei pressi del Nuraghe S. Cosimo si trovano due Tombe dei Giganti; la più grande -chiamata Grutta de Santu Giuanni- ha una camera interna lunga 16,5 m e una facciata, rivolta a sud, con un'ampia esedra (facciata a semicerchio provvista di sedili).
All'interno della tomba furono trovate, insieme a vasellame e selci, collane con grani di vetro blu, verde e beige (XIV sec. a.C.) che si collocano tra i più antichi reperti micenei trovati in Sardegna (visibili presso il Civico Museo Archeologico "Villa Abbas" di Sardara).
Il Parco Naturale del Monte Linas-Marganai detiene circa il 30% del territorio di Gonnosfanadiga; i percorsi montani comunali sono ricchi di cristallini corsi d'acqua che ruscellano tra rocce granitiche, di sorgenti e di alberi secolari (tassi, querce, ulivastri, lecci). In primavera la fioritura delle ginestre, del cisto, dell'elicriso e delle rare specie endemiche del Linas li rende ancor più straordinari ed olezzanti.
Nuraghe Sa Domu e' s'Orcu - Domusnovas
Sito in una zona ricchissima di vene metallifere e di acque, questo monumentale Nuraghe pluriturrito divenne un'importante postazione metallurgica; la sua torre centrale (la più antica, circa 1400 a.C.) venne utilizzata nei secoli successivi come forno di fusione, come indica la notevole quantità di residui metallici ad alto tenore di piombo, ferro, alluminio e silice rinvenuta alla sua base.
All'inizio del I millennio a.C. e ra una pratica diffusa presso i centri nuragici delle zone minerarie fondere il metallo grezzo ponendolo su un rogo ottenuto riempiendo una torre di cataste di legni. Il metallo fuso colava alla base della torre e veniva raccolto in stampi ad hoc disposti.
Nuraghe Sant'Anna - Sant'Anna Arresi
Il Nuraghe Sant'Anna (circa 1400 a.C.) fu dotato di un'altra torre 4 secoli dopo, nell'età dei Nuraghi.
Si erge nella piazza del piccolo abitato di Sant'Anna Arresi, a fianco dell'omonima Chiesa Patronale.
Nella piazza si svolge ogni estate la Rassegna musicale "Ai confini tra Sardegna e Jazz" nella quale si esibiscono i migliori jazzisti del mondo, per la gioia di migliaia di appassionati e per emozionanti notti di note sotto le stelle, con ieratica presenza del Nuraghe.
Tempio-grotta Pirosu-Su Benatzu - Santadi
Le testimonianze nuragiche del territorio di Santadi sono riemerse dalla Tomba dei Giganti di sa Fraigada e dalla grotta Pirosu, che si apre nelle alture calcaree di Su Benatzu: la grotta è un'ampia cavità carsica (circa 100 m sotto il livelo del suolo) articolata in più sale ricche di fini concrezioni, esplorata per la prima volta nel 1968 dall'Associazione Speleologica Iglesiente. Per i Protosardi e per i Nuragici era un luogo sacro, utilizzato per più millenni, in cui celebrare riti e deporre offerte.
La camera votiva, presidiata da una stalagmite-altare di 1,80 m e con volta parzialmente annerita dal millenario focolare, è di difficile accesso ma quasi sicuramente in età nuragica questo tempio ipogeo dedicato al culto delle Acque era presidiato anche da guardie e difeso dalle muraglie megalitiche visibili al suo interno. Il tempio-grotta ha restituito circa 110 pregiati reperti in rame e bronzo: armi, oggetti domestici, monili, ex-voto. Spicca, per eleganza e fattura, un tripode bronzeo votivo (VIII sec. a.C.).
Nei baratri che si aprono nel braccio laterale della grotta sono stati trovati numerosi scheletri, probabilmente di coloro che cercarono di violare il luogo sacro.
Il Civico Museo Archeologico di Santadi espone i reperti archeologici degli insediamenti susseguitisi nel territorio santadese dal Neolitico antico (VI mill. a.C.) al II sec. d.C. Una sezione è interamente dedicata ai numerosi reperti provenienti dalla Grotta Pirosu.
A circa 6 km da Santadi si trovano le spettacolari grotte di Is Zuddas.
Arce di Antigori e Nuraghe sa Domu e s'Orcu - Sarroch
L'Arce di Antigori è costituita dai resti di 5 torri collegate da cortine murarie e poste davanti ad un Nuraghe edificato sull'orlo di un isolato dirupo (m 109) da cui lo sguardo spazia sui verdi monti del Parco del Sulcis.
Questo complesso fortificato è importante perché documenta le relazioni tra i Nuragici e i mercanti Micenei che in quel tempo insemenzavano il Mediterraneo con la loro squisita cultura.
Gli scavi hanno portato alla luce un piccolo vano contenente ceramiche nuragiche e un centinaio di vasi (pissidi, pithoi, kilix, rhiton), importati dalle operose botteghe di Creta, Cipro e Rodi e dipinti con i motivi floreali cari ai micenei tra il 1350 e il 1100 a.C.
Sono riemersi anche spade di bronzo, tripodi con figure e granuli di ambra, veicolata o dai mercanti del Baltico che scendevano a sud via Rodano o dagli insediamenti costieri del medio Adriatico, che della preziosa resina fossile erano luogo di smistamento.
Il Nuraghe sa Domu e s'Orcu è il più imponente e il più prossimo alla costa dei tre Nuraghi di Sarroch (gli altri due sono Motti e is Baccas). È una delle più antiche torri della Sardegna (circa 1400 a.C.) e fu successivamente affiancata da un'altra torre, collegata alla prima da cortine murarie trapezoidali (schema a tancato).
Santuario di Sant'Anastasia - Sardara
Il mirabile santuario nuragico si trova all'interno del cortile della bella chiesa di Santa Anastasia (XIV sec.). Fu edificato intorno al 1000 a.C. nei pressi di una sorgente di acque dotate di proprietà curative (Sa Mitixedda), nota come acqua de "is dolus", e venne riportato alla luce dal Taramelli, agli inizi del '900. Il Pozzo sacro era il fulcro del santuario e si apre in un vano sotterraneo di 4 mq con pavimento lastricato, al quale conduce una scalinata di 12 gradini. La volta del vano ipogeo è a falsa cupola (tholos), alta 5 m e sapientemente realizzata con filari di conci di calcare e di scuro basalto.
Della struttura che sovrastava l'ingresso del Pozzo restano pochi filari di pietre, appartenenti all'ampio recinto circolare che ne circondava l'esterno. Durante i primi scavi fu rinvenuto anche un concio a forma di protome taurina ed un altro è riaffiorato nel corso di scavi più recenti (2000). Nell'area circostante il Pozzo affiorano resti di capanne di un esteso villaggio nuragico, in gran parte giacente sotto l'odierna Sardara.
Durante gli scavi si scoprì nella "capanna 5", detta Sala del Consiglio, un ambiente con nicchie, sedili e altare, dal quale provengono reperti molto preziosi: vasi in ceramica; un bottone di ambra rossa; 15 lingotti di piombo (per un totale di 192 kg) con tacchette incise, che indicano l'uso di un sistema di computo ponderale; 3 panelle di rame; scalpelli, pugnali, punteruoli e fermagli di bronzo;un altare di pietra a forma di nuraghe; 3 bacili bronzei e splendidi bronzetti. L'articolazione dei vani delle capanne e i preziosi reperti indicano che S. Anastasia era un importante centro sacro, situato in una zona popolata e molto in epoca nuragica. Il vicino scalo lagunare nuragico di S. Maria de Nabui (sulla strada Sardara-Guspini) tra il X e il IX sec. a.C., intratteneva contatti con mercanti levantini; i 3 bacili di bronzo (ciprioti o del Vicino Oriente) ritrovati l'uno dentro l'altro nella "capanna del Consiglio" furono probabilmente "sdoganati" proprio dallo scalo di S. Maria de Nabui. I reperti del santuario e degli altri siti archeologici di Sardara e dei Comuni limitrofi sono visibili presso il Civico Museo Archeologico "Villa Abbas" di Sardara
Complesso fortificato e villaggio nuragico di Genna Maria - Villanovaforru
Sull'altura di Genna Maria (408 m), a 2 km dall'odierno abitato di Villanovaforru (sulla s.p. per Collinas), una campagna di scavi inziata nel 1969 e diretta dell'insigne studioso Enrico Atzeni individuò e riportò alla luce un imponente complesso nuragico fortificato la cui torre centrale e più antica è databile circa 1350 a.C. Il Nuraghe originario, intorno al 1000 a.C., fu contornato da altre 3 torri di altezza minore, raccordate da cortine murarie in pianta esagonale e delimitanti un ampio cortile interno. Il bastione trilobato fu successivamente circondato da una cinta antemurale di cui sono visibili 4 torri, collegate da cortine murarie rettilinee. Nel X sec. a.C. un esteso abitato si insediò tra l'antemurale e il bastione (sono riconoscibili le postazioni per la fusione del bronzo). Ulteriori scavi potrebbero far riaffiorare "un eccezionale gruppo di forni e opifici - unico in Sardegna e nel Mediterraneo - arroccati a livello del cosiddetto villaggio geometrico, su orizzonti della Prima età del ferro che, tra il IX e l'VIII sec. a.C., prospettano le interazioni sardo-fenice." (E. Atzeni).
A fine VIII sec. a.C. il complesso fu abbandonato; fu frequentato di nuovo dal IV sec. a.C. al IV sec. d.C. e dedicato ai riti, connessi ai cicli agrari, del culto di Demetra/Kore; di quel periodo sono riaffiorati reperti punici e romani, soprattutto ex voto, lanterne e monete, rinvenuti in un deposito allocato nel bastione nuragico. Dal complesso di Genna Maria sono riemersi preziosi reperti fossili di età nuragica (pane, vegetali), attualmente oggetto di studi.
Al sito si ascende attraverso un piacevolissimo sentiero che si snoda prima tra bellissimi cespugli di rosmarino e di ginestre (in primavera un trionfo di viola e giallo) e quindi in una fitta pineta. All'inizio del percorso è situato un punto ristoro impreziosito da una terrazza-solarium con vista sulla sottostante vallata.
I reperti nuragici e punico-romani del Complesso fortificato di Genna Maria sono visibili presso il Museo Archeologico di Villanovaforru e presso il Museo Archeologico Nazionale di Cagliari.
Tomba dei Giganti Sedda sa Caudeba - Collinas
È limitrofa alla strada che da Collinas conduce alla s.s. 131.
Dagli scheletri rinvenuti nella Tomba provengono i denti attualmente allo studio della facoltà di Genetica dell'Univ. di Cagliari, per estrarne il DNA.
Tomba dei Giganti Sa domu e s'Orcu - Siddi
Sulla sommità tabulare dell'altopiano della Giara di Siddi si trova uno dei monumenti più affascinanti della civiltà nuragica: la Tomba dei Giganti "Sa domu e s'Orcu" (la casa dell'Orco, 1400-1200 a.C.), il cui impianto disegna la testa di un toro. La sua megalitica struttura in filari di pietre basaltiche è lunga più di 15 m; la facciata ricurva (esedra) è di circa 18 m ed è priva della stele centrale che caratterizza soprattutto le coeve Tombe dei Giganti del nord Sardegna.
La camera sepolcrale di Sa domu e s'Orcu (m 9,72 x m 1,24) ha pavimento in acciottolato ed è racchiusa tra lastroni di pietra pesanti da 12 a 5 t.
L'arcaico gigante di pietra trasmette la spiritualità dei Nuragici che lo eressero e continua ad emanare intatta e potente la sua sacralità di luogo di confine tra la vita e la morte.
Sui bordi a strapiombo dell'altopiano si trovano i resti di ben 16 Nuraghi (semplici e polilobati), il più interessante dei quali è Nuraghe Sa Fogaia.
La Giara di Siddi offre splendidi itinerari archeologici e naturalistici e, in primavera, la visione multicolore dei suoi prati splendidamente fioriti.
Reggia-fortezza Su Mulinu - Villanovafranca
Villanovafranca, piccolo centro dell'est della nuova Provincia del Medio Campidano, ospita un prezioso monumento nuragico: la Fortezza "Su Mulinu", costituita da un bastione trilobato e da una cinta antemurale con torri e cortine munite di feritoie.
Nell'imponente torre centrale (circa 1400 a.C.) troneggia uno straordinario altare (VIII sec a.C.) per i riti sacri e le offerte votive, scolpito in unico blocco di arenaria: non ha eguali tra i ritrovamenti finora effettuati in Sardegna (solo piccoli modelli di Nuraghi sono stati finora rinvenuti in torri e luoghi sacri nuragici).
Il locale Civico Museo Archeologico espone un'ampia documentazione sulla Fortezza Nuragica e i reperti delle civiltà che dalla preistoria all'età medievale (III mill. a.C. - VII sec. d.C.) colonizzarono il territorio; una sezione per ipovedenti, allestita con copie tattili dei reperti più significativi e con pannelli in braille, completa il percorso museale.
Il territorio di Villanovafranca mostra i resti di ben 10 Nuraghi e degli insediamenti cartaginesi, romani e bizantini che vi si insediarono successivamente ai Nuragici.
Villanovafranca è uno dei tre Comuni del Sud Sardegna produttori di zafferano (gli altri sono Turri e San Gavino, per un totale di 27 ettari coltivati solo a zafferano).
Nuraghe San Pietro - Ussaramanna
È un Nuraghe complesso e pluriturrito, non del tutto riportato alla luce, le cui architetture sono dominate da una torre centrale ora alta m 7.
Il monumento si trova nel centro abitato di Ussaramanna ed è uno dei rari (4) Nuraghi ancora attorniati dal loro "villaggio".
Gran parte del plurimillenario monumento è ancora interrato e in paese si ritiene che le sue architetture ricalchino quelle della vicina reggia nuragica di Barumini.
Suggeriamo di parcheggiare la macchina sulla strada principale di Ussaramanna e di raggiungere a piedi il Nuraghe, con una breve passeggiata che consente di ammirare il piccolo e ben valorizzato centro storico. Nel piccolo e grazioso Comune si svolge annualmente, dal 1978, la "Mostra delle Erbe spontanee" che il salubre territorio comunale annovera in ampia varietà. Nei giorni della manifestazione si svolgono anche la "Sagra della pardula" (dolce di ricotta e zafferano) e la "Sagra della Malvasia", prodotta dai piccoli coltivatori locali.
Reggia-fortezza Su Nuraxi - Barumini
Ai piedi dell'altopiano basaltico della Giara, lungo la strada Barumini-Tuili, i Nuragici edificarono in più riprese un'imponente reggia-fortezza di basalto che è il più importante monumento della civiltà Nuragica. La reggia-fortezza Su Nuraxi di Barumini è dal 1997 un patrimonio mondiale UNESCO.
All'interno delle millennarie torri di Su Nuraxi ci si inoltra nell'anima più profonda della Sardegna; tra gli scuri conci di basalto che salgono in filari verso il cielo vibra il fiero genoma dell'Isola.
La scoperta della reggia nuragica è quasi leggenda: un giovane studioso nato a Barumini, Giovanni Lilliu, intuì che la piccola altura a un chilometro dal paese poteva nascondere monumenti imponenti ed è l'insigne Prof. Lilliu a raccontare che a muoverlo fu anche il ricordo di un "pozzo" sulla collina intorno al quale giocavano i ragazzi del paese.
Gli scavi (1950-55) portarono alla luce la reggia-fortezza eccezionalmente ben conservata e il villaggio che la circondava.
CRONOSTORIA
circa 1270 a.C. - Edificazione della prima e più alta torre (m 20) di Barumini.
circa 1000 a.C. - Aggiunta di un bastione di altre 4 torri e di cortine di raccordo.
circa 800 a.C. - Rifascio del bastione e definitiva antemurale di 7 altre torri con cortine di raccordo.
circa 510 a.C. - I Cartaginesi espugnano la fortezza di Barumini.
VI-I sec. a.C. Età punico-romana - L'area della fortezza fu abitata fino al I sec. a.C. e quindi abbandonata.
La prima torre di Barumini fu un Nuraghe monotorre alto quasi m 20 (ora m 14), con diametro esterno di base m 10; aveva ben tre camere sovrapposte, la seconda delle quali mostra ancora il finestrone per la luce, accessibili tramite una ripida scala di pietra.
La camera a piano terra (5 m x m 8 di h) è munita di nicchioni-giaciglio (alcuni ritrovati con la base foderata di sughero); una trave di olivastro incastrata nel muro ha consentito di datare la torre con C14: circa 1300 a.C.
Al primo Nuraghe, intorno al 1000 a.C., fu aggiunto un bastione di altre 4 torri (alte m 7,70-8,40) tre delle quali mostrano la volta a tholos integra; le torri aggiunte erano raccordate da cortine murarie, munite di camminamenti scoperti e interni e delimitanti un cortile romboidale a cielo aperto, ampio più di 55 mq.
Il bastione era un'imponente mole alta circa 10 m, con al centro la torre (quasi 20 m) del Nuraghe originario. Tra il X ed l'VIII sec. a.C., in piena stagione delle Aristocrazie nuragiche, il bastione fu rinforzato con un rifascio murario, spesso anche 5 m (che ne portò l'altezza a 14 m) e venne edificata una cinta antemurale esagonale di altre 7 torri munite di feritoie, che circondava tutto il complesso e che aveva due ingressi.
All'angolo nord-est l'antemurale si slarga in un edificio rotondo, che l'archeologo Prof. Lilliu interpreta come "sala del Consiglio" e luogo di riunione dei maggiorenti nuragici.
Intorno al 510 a.C. i Cartaginesi espugnarono la fortezza di Barumini e in parte la distrussero, punicizzando l'area e respingendo i Nuragici verso l'interno.
L'area della fortezza fu abitata fino al I sec. a.C.
L'area contigua a Su Nuraxi conserva consistenti tracce del villaggio che l'attorniava nell'VIII-VI sec a.C., periodo finale del suo massimo splendore: una cinquantina di abitazioni di forma circolare, con camera per il riposo e una cucina con forno-focolare a livello del pavimento.
I vani avevano tetto di legni e frasche e si dipartono a raggiera da un piccolo atrio circolare, a volte con pozzo, che è il centro della casa. Non di rado esterno ai vani è presente uno stanzino, forse per l'ospite.
La mole di Su Nuraxi minimizza le dimensioni dei muri dell'abitato che a tratti sono alti anche m 2.
Nel villaggio nuragico di Barumini compare anche un primo disegno "urbanistico": vie strette e tortuose, slarghi lastricati, tentativi di convogliamento delle acque nere, pozzi comuni.
Reggia nuragica Orrùbiu (Nuraghe Rosso) - Orroli
È uno dei monumenti più affascinanti della civiltà nuragica per dimensioni, contesto paesaggistico e colore dei conci di basalto rossastro con il quale fu edificato (circa 1350 a.C.), sull'altopiano di Pranu 'e Muru (514 m), a breve distanza dall'abitato di Orroli.
La torre centrale e più antica del Nuraghe pentalobato Orrùbiu, uno dei più grandi della Sardegna, era in origine alta oltre 20 m (ora 15 m). Il Nuraghe era al centro di una linea difensiva di 24 Nuraghi eretti sui versanti est e ovest dell'altopiano e, con il contiguo villaggio di Su Putzu, era il fulcro di un potente cantone nuragico.
Le altre 5 torri di Nuraghe Orrùbiu, raccordate da cortine murarie delimitanti un cortile di 48 mq, furono aggiunte tra il 1200 e il 1000 a.C.; alla fine dello stesso periodo risale la cinta antemurale, allora munita di torri, che circonda il bastione pentaturrito e che descrive un'area di m 40 di lunghezza x 27 di altezza.
All'interno dell'antemurale, in età romana, si insediarono un'abitazione e, come mostrano i reperti, un oleificio.
Nuraghe Piscu - Suelli
Il Nuraghe quadrilobato Piscu (altezza attuale 9 m x 11 m di base): la sua centrale e più antica torre (circa 1400 a.C) domina ad ampio raggio il panorama dei dintorni di Suelli dove si calcola ci sia 1 Nuraghe/kmq. Ovunque infatti si individuano cumuli di pietre residui delle torri nuragiche che il visitatore può immaginare otticamente collegate tra loro e soprattutto con il Nuraghe Piscu, principale complesso turrito del comprensorio.
Il Nuraghe fu edificato con blocchi sbozzati di pietra marnosa-calcarea ed ha restituito reperti di più epoche, tra cui un bronzetto votivo (una navicella, VII sec. a.C.) ed un frammento di coppa etrusca (VI sec. a.C) che indicano come per un millennio la grande torre fosse snodo delle vicende storiche e culturali di tutta la zona.
Intorno al 1000 a.C. furono aggiunte ai lati della torre centrale (la cui entrata, collocata a Sud-Est, ha un architrave sormontata da una finestrella) quattro torri di cui due chiaramente visibili insieme alle altre strutture (recinto cortilizio, pozzo, affioramenti delle cortine murarie che raccordavano le torri aggiunte).
All'interno del Nuraghe centrale è visibile la scala a chiocciola intermuraria che saliva al suo piano superiore. Il nome Piscu deriva da Obispu (Vescovo) perchè intorno al 1000 Suelli fu sede episcopale.
Pozzo sacro nuragico Funtana Coberta - Ballao
Si trova in una piccola valle prospiciente il corso del Flumendosa e attesta l'antichità degli insediamenti umani nell'agro di Ballao, ricco di sorgenti e di boschi di sughere e lecci.
È uno dei primi pozzi sacri realizzati dai Nuragici (circa 1200 a.C.) e conserva intatti 12 gradini di dura arenaria che discendono alla cella sotteranea, coperta da una cupola a tholos e lastricata con pietre sapientemente disposte secondo un disegno a spirale. Nel pavimento della cella si apre il pozzo, profondo circa 5 m e scavato nella viva roccia, che dà accesso alla sorgente perenne.
Nell'area di Funtana Coberta sono visibili i resti di un villaggio nuragico.
Nel territorio comunale, lungo il suggestivo corso del Flumendosa, si trovano panoramiche piazzole di sosta, con vista meravigliosa su acqua, vegetazione e graniti.
Nuraghe Armungia - Armungia
Si erge al centro dell'abitato di Armungia ed è uno dei rari Nuraghi (4) ancora circondati dal loro "villaggio".
La torre, edificata intorno al 1300 a.C., ha entrata a Sud-Est e domina la sottostante ampia vallata del fiume Flumendosa.
Nel periodo natalizio all'interno o accanto al Nuraghe viene allestito un suggestivo Presepe e tutto il paese si raccoglie intorno al muto e amatissimo gigante di pietra.
Nuraghe Asoru - San Vito
L'imponente torre del Nuraghe Asoru (circa 1300 a.C., in parte ricostruito) aveva una volta interna alta 9 m.
Erto a fianco della s.s. 125, poco prima della frazione di San Priamo, è uno dei molti Nuraghi che popolavano la valle del Flumendosa e i territori circostanti fino alle coste, come testimoniano i Nuraghi costieri Scalas e S. Giusta (Costa Rei-Muravera).
Nuraghe Domu e s'Orcu - Muravera
Si erge in una valletta in loc. S. Giusta, a 58 m. s.l.m., nell'immediato entroterra della lunga spiaggia di Costa Rei, sull'attuale confine tra i Comuni di Castiadas e di Muravera.
Dell'imponente Nuraghe sono visibili i resti della torre originaria (circa 1300 a.C.), l'antemurale munita di 5 torri (aggiunta intorno al 1000 a.C.) e il cortile interno, originato dall'ampliamento e delimitato dalle cortine murarie che raccordavano le 5 torri.
Dal Nuraghe lo sguardo spazia sul candido e lunghissimo arenile di Costa Rei, chiuso all'estremità nord dal promontorio di Capo Ferrato.
Complesso nuragico Cùccurru Nuraxi - Settimo San Pietro
Del vasto insediamento nuragico (II metà II millennio a.C.) sito su un'solata e panoramica altura conica a breve distanza dall'odierno abitato di Settimo, restano le vestigia di uno smantellato Nuraghe complesso e un Pozzo sacro con scalinata di 17 gradini discendente alla sorgente perenne.
A circa 200 m dal Nuraghe si trovano resti di sepolture dolmeniche della cultura di Ozieri che hanno restituito pregevoli corredi funerari (ornamenti in argento, rame e bronzo e vasellame) e che furono utilizzate anche dai Nuragici.
Il Centro di sperimentazione didattica e divulgativa "La Porta del Tempo" è sito alla base dell'altura; la sua architettura, con tetto inerbito, è stata intelligentemente concepita in modo da modificare il meno possibile il paesaggio.
Tomba dei giganti Is Concias - Quartucciu
Solitaria, monumentale e millenaria, sulle propaggini dei montuosi contrafforti del massiccio dei 7 Fratelli, all'interno dell'omonimo Parco, si trova la Tomba dei Giganti "Is Concias" (Località S.Pietro in Paradiso), facilmente raggiungibile in vettura.
Da Quartucciu si imbocca la S.S. 125 e dopo qualche km, oltrepassato il piccolo ponte di Piscina Nuxedda , si trova l'indicazione di svolta a destra per la Tomba dei Giganti. La deviazione poco dopo si biforca: mantenersi a destra e seguire il tracciato asfaltato che s'inerpica sui monti, rivelando infiniti panorami del Golfo di Cagliari.
La Tomba dei Giganti (segnalata e a pochi metri dalla strada) venne edificata intorno al 1300 a.C. con filari di grosse pietre di granito squadrate: è lunga circa 16 m, di cui 12 destinati al corpo rettilineo e absidato, che ospita la camera con il bancone per le offerte ed il vano funerario, ed i restanti alla facciata della tomba. La facciata è un'esedra arcuata, al cui centro si apre il portello di accesso con architrave, che veniva chiuso con un lastrone di pietra rimovibile.
L'area della Tomba è tutta da esplorare: a destra del monumento un antichissimo sentierino (s'andaledda) discende alla sottostante e ombrosissima valletta, rigogliosa di corbezzoli, querce e ulivastri e popolata di graniti dalle forme fiabesche; fino a maggio vi scorre un fiume, in estate generalmente asciutto. Da novembre a maggio la vasta e disabitata area attraversata dalla strada che conduce alla Tomba dei Giganti è ricca di ruscelli, cascate, laghetti e - in aprile- fiorita di asfodeli, ciclamini e lavanda selvatica.
Dalla sommità del rilievo lo sguardo spazia sul Golfo e sulle lagune di Cagliari e sulla sua vasta area metropolitana; questa splendida visione a tutto campo ha suggerito ai curatori del Museo di arricchirlo con le ricostruzioni virtuali, visibili su un megaschermo di 15 m, delle modificazioni verificatesi nel panorama osservabile da Cùccuru Nuraxi. Le ricostruzioni sono interattive e il visitatore può visualizzare i panorami dei differenti periodi storici e ricevere informazioni sui coevi monumenti. Il Museo ha predisposto anche una sezione per ipovedenti.
Nuraghe Mont'Arbu - Sinnai
Il Nuraghe di Mont'Arbu (811 m) è immerso nei fitti boschi mediterranei del Parco dei 7 Fratelli-Monte Genis, nello splendido contesto naturalistico dei rilievi granitici erti tra i territori dei Comuni di Sinnai e di Castiadas.
Il territorio sinnaese conserva consistenti tracce dei Prototosardi e dei Nuragici che per primi lo abitarono: alcune tombe a domus de janas ( III mill. a.C., loc. Santu Basileddu) e il Nuraghe Introxia, che mostra i gradini iniziali della scala a chiocciola interna; nei suoi pressi affiorano le vestigia di una Tomba dei Giganti. Alcuni reperti sono visibili presso il piccolo Museo Archeologico (c/o Biblioteca Comunale).
Sulla sommità della Pineta di Sinnai sta riaffiorando dagli scavi un tempietto a mègaron nuragico e, visto il meraviglioso panorama, c'era davvero di che ringraziare la Divinità.
Nuraghe Diana - Quartu Sant'Elena
Dei numerosi Nuraghi presenti sulle sponde del Golfo di Cagliari, il Nuraghe Diana, erto su una piccola altura a controllo degli approdi del piccolo promontorio granitico di Is Mortorius, è quello meglio conservato ed attualmente è interessato da scavi.
Il Nuraghe si trova su un poggio limitrofo all'insediamento turistico "Baia Azzurra" e prospiciente la splendida strada costiera Quartu-Villasimius.
Cagliari nuragica
I Nuraghi che sicuramente svettavano sulle sommità dei 7 colli di Cagliari sono stati sommersi dalla lunga storia della città e, probabilmente, furono già smantellati o inglobati nella Cagliari punica.
Dei Nuragici sono riaffiorate solo ceramiche con grossi orli a spigoli e decorazioni geometriche (ritrovate nella Grotta del Bagno Penale e a Capo S. Elia); teste di mazza e asce in pietra (dalle sponde della laguna di Molentargius).
Negli immediati dintorni di Cagliari ci parlano dei Nuragici la splendida Tomba dei Giganti di Is Concias (Quartucciu), il tempio a pozzo di Cùccurru Nuraxi (Settimo S.Pietro), il Nuraghe Diana di Quartu S. Elena, i ruderi del Nuraghe Cùccuru Ibba (Capoterra).
Città punica di Neapolis - Guspini
I Cartaginesi fondarono lo scalo di Neapolis (attuale località lagunare di S. Maria de Nabui) intorno al 520 a.C., a circa 25 km di distanza dalla città di Othoca, fondata dai Fenici intorno al 750 a.C. sulla riva centro-orientale della laguna di S. Giusta (OR).
Probabilmente i Punici volevano garantirsi una presenza fortificata nel Golfo di Oristano, proprio nel periodo in cui molte città fenicio-sarde (come Othoca) cominciavano a temere le mire espansionistiche di Cartagine.
Scavi iniziati nel 1971 hanno restituito corredi funerari, terrecotte figurate e numerosissimi frammenti di ceramiche attiche di elevata qualità artistica.
Questi reperti indicano che probabilmente i mercanti ateniesi utilizzavano soprattutto il porto di Neapolis, stante il controllo ed i dazi cartaginesi, per i loro commerci con la Sardegna.
Reperti: Museo Archeologico Nazionale di Cagliari e Civico Museo Archeologico di Sardara.
Fortezza punica di Cuccurru Santu Brai - Furtei
L'esteso borgo rurale di Furtei è situato su un pianeggiante rialzo tra le colline dell'area centrale della nuova Provincia del Medio Campidano.
Sull'altura di Cuccurru Santu Brai (S. Biagio) i Nuragici eressero un imponente Nuraghe (circa 1400 a.C.) che divenne la torre centrale della successiva fortezza cartaginese (circa 530 a.C.), posta a guardia delle direttrici viarie del Campidano centrale e di architettura simile, in scala minore, alle coeve fortezze puniche di M. Sirai (Carbonia) e di Pani Loriga (Santadi).
Necropoli punica di Santu Teru - Monte Luna - Senorbì
La necropoli di Monte Luna fu utilizzata dal V al III sec. a.C. e, per localizzazione, è la più interna delle necropoli puniche della Sardegna, originata dall'insediamento di Santu Teru, sorto nel VI sec. a.C. come avamposto e poi evolutosi in un fiorente centro agricolo-mercantile.
Dalla necropoli di Monte Luna provengono monili aurei di alto livello artigianale, probabilmente prodotti a Tharros, tra cui spiccano anelli e una sontuosa collana di spessa maglia d'oro, con pendente a ghianda, lavorato a granuli (V sec. a.C.). Trovati anche: monete; gli immancabili scarabei scaramantici in diaspro verde e in corniola, a volte incisi con figure mitologiche (Eracle nell'atto di compiere una delle sue fatiche) e ben tre rasoi di bronzo, oggetti per l'epoca molto preziosi.
La necropoli, il cui Parco Archeologico è in allestimento, mostra diversi tipi di tombe: a pozzo con cella laterale; a fossa; a cassone; a cista litica. La salma veniva in genere adagiata sul pavimento con corredo funerario deposto accanto a testa e piedi. Il rito prevalente praticato a monte Luna era l'inumazione ma è documentata anche la cremazione. I reperti sono esposti nel Civico Museo Archeologico "Sa Domu Nosta" di Senorbì e nel Museo Archeologico Nazionale di Cagliari.
Insediamento fenicio di Sàrcapos - Villaputzu
All'inizio del VII sec. I Fenici fondarono sulla costa sud-est della Sardegna l'avamposto commerciale di Sàrcapos, il cui porto, ubicato sull'estuario del Flumendosa, era uno scalo lungo la rotta fenicia verso l'Etruria.
Sulla collina in loc. S. Maria (28 m), sulla strada che dall'abitato di Villaputzu conduce alla vicina spiaggia di Porto Corallo, sono visibili i resti del tempio fortificato fenicio portato alla luce nel 1966 dall'archeologo Ferruccio Barreca, uno dei massimi studiosi dell'età fenicio-punica.
L'insediamento di Sarcapos fu abitato anche in età romana e agli altri centri della costa sud-est della Sardegna lo collegava una strada tracciata dai Cartaginesi e quindi perfezionata dai Romani.
Reperti punici del Tempio di Antas:
Orecchino aureo votivo con iscrizione al dio Sid
Testina di amuleto con orecchino aureo
Testina di amuleto in avorio
Necropoli di Pill'e Matta - Quartucciu
L'estesa necropoli punica, riemersa fortuitamente durante lavori di scavo, fu utilizzata anche in età romana.
Le sue 200 tombe hanno restituito più di 2000 reperti (vasellame, anfore e rituali lucerne).
Fino al 31 Agosto 2006 i reperti di Pill'e Matta sono visibili nella mostra "Luce sul tempo", allestita nella storica casa Angioni
Santuario fenicio-punico di Ashtart e Kore/Demetra Narcao (loc. Terraseu)
Poco resta del santuario eretto dai Punici (450-400 a.C) su un tempio fenicio dedicato ad Ashtart e originato intorno ad un pozzo sacro nuragico, tra i montuosi dintorni di Narcao.
Del tempio punico, poi riutilizzato dai Romani per il culto di Giunone, sono scarsamente visibili il perimetro e bassi muri tra cui quelli del vano rettangolare (sacello) per i riti e le offerte.
I ruderi sono recintati e poco visibili ma vale la pena visitarli perché in luglio il posto è ricco di more e in primavera è un trionfo di fioriture (si parcheggia lungo la strada Narcao-Terraseo all'altezza di una stradina sterrata sulla sinistra della quale si scorge uno stazzo. I ruderi sono a 20 m dall'imbocco dello sterrato, alla sua destra.).
I Punici introdussero nelle colonie sarde il culto della dea greca della fertilità Kore/Demetra (la Giunone latina) e monete puniche correnti in Sardegna mostravano il profilo di Kore e tre spighe (l'Isola era il granaio di Cartagine); il calendario agricolo scandiva le celebrazioni alla dea, che rappresentavano anche occasioni propizie al dialogo tra Punici e Sardi.
La zona fu luogo sacro anche nei secoli seguenti: nel XII sec. i Monaci benedettini vi edificarono più di una Chiesa; nella frazione di Terraseo, ogni agosto, si svolge l'allegra Festa di S. Gioacchino con riti religiosi e seguente rassegna, in diretta dalle verdi aree pic-nic, dei buoni alimenti tipici di Narcao.
I reperti del tempio di Terraseo (ex voto, statuette brucia-essenze, lucerne) sono visibili presso il Museo Archeologico Nazionale di Cagliari e presso il Civico Museo Archeologico "Villa Sulcis" di Carbonia.
Fortezza e necropoli di Monte Sirai - Carbonia
Nel Parco Archeologico di Monte Sirai (m 191) si compie un affascinante viaggio nella più antica storia della civiltà mediterranea e nelle architetture di una fortezza fenicio-punica, le cui strutture (acropoli, tofet, necropoli) hanno restituito molti preziosi reperti (monili d'oro e d'argento, scarabei, amuleti, balsamari), ritrovati nella campagna di scavi che iniziò nel 1963. Dalla sommità tabulare del monte si coglie la splendida visione dell'isola di San Pietro inquadrata dalle monumentali vestigia della fortezza, originata dai Fenici nel 725 a.C.
Monte Sirai è un'altura di roccia vulcanica erta alla confluenza di tre direttrici naturali, incorporate anche dall'odierna rete viaria: una, a est, raggiunge Cagliari dall'entroterra; l'altra, a sud, va a S. Antioco (l'antica Solki, a soli 15 km); la terza, a ovest, conduce alle aree minerarie dell'Iglesiente.
Monte Sirai - Età fenicia
Le prime testimonianze umane su Monte Sirai sono le tombe a domus de janas (circa 2200 a.C.) scavate nel tufo, alcune delle quali sono accanto alle necropoli punica.
Più torri nuragiche erano presenti in tutta l'area, con l'imponente Nuraghe Sirai tuttora a guardia dell'antica strada di accesso al monte e testimone del valore strategico che già i Nuragici attribuivano all'altura, ribadito nell'ultima guerra mondiale dal posizionamento di (visibili) batterie antiaree.
Intorno al 725 a.C. i coloni Fenici di Solki (l'odierna S. Antioco, a 15 km da M. Sirai) originarono sulla sommità tabulare del Monte un avamposto fortificato con varco di ingresso a Nord e abitato a Sud, a controllo delle vie di accesso alle aree minerarie (allo stesso periodo risale l'avamposto fenicio di Pani Loriga, Santadi).
Età punica
L'abitato di M. Sirai si sviluppò intorno ad un Nuraghe che fu inglobato nell'edificazione di un bastione di pietra (detto mastio), nel quale si svolgevano anche riti e culti.
L'avamposto conobbe quasi due secoli di operosa attività commerciale in sintonia con l'indole mercantile e poco guerriera dei Fenici ma intorno al 550 a.C. Cartagine decise la conquista militare della Sardegna, dando inizio ad un dominio di circa tre secoli.
La conquista cartaginese della Sardegna (circa 550 a.C.), portò devastazione anche a Monte Sirai che, nel 520 a.C., fu conquistato e in parte incendiato.
Nei decenni successivi, anche a seguito delle pungenti offensive nuragiche, furono ampliati tutti gli avamposti fenici dell'Isola incluso quello di M. Sirai.
Fortezza e necropoli di Pani Loriga - Santadi
La fortezza si trova sulla sommità tabulare della ripida altura vulcanica (alta circa 200 m) di Pani Loriga (a 1 km da Santadi, loc. su Pranu) erta alla confluenza di due vie naturali conducenti dalle coste all'entroterra.
Coeva dell'avamposto fortificato fenicio di Monte Sirai, fu originata dai Fenici intorno al 725 a.C., inglobando nelle strutture anche un Nuraghe, e ampliata dai Cartaginesi, circa due secoli dopo.
A Pani Loriga il visitatore coglie il disegno e le proporzioni dell'architettura militare punica, costituita in questo caso da due cinte murarie, di pietre medio-grandi e malta, poste a quote diverse e distanti circa 30 m l'una dall'altra, erte a protezione dell'abitato e dell'acropoli (il punto più alto della fortezza, che ospitava le milizie).
Dalla cinta urbana si accedeva all'acropoli tramite uno stretto varco presidiato da due torrioni, che non consentiva agli assalitori di riversarsi in massa nel cuore della fortezza.
Dall'estesa necropoli di Pani Loriga (tombe a fossa fenice e tombe a camera punite, scavate nel tufo) provengono preziosi reperti: vasellame fenicio ed etrusco, scarabei, amuleti e pugnali punici.
I primi ad impiantare una necropoli a Pani Loriga furono però i Protosardi che, intorno al 2500 a.C., scavarono nella roccia le tombe a domus de janas visibili sulla sommità dell'altura.
Nell'agro di Santadi furono scoperte anche un centinaio di monete in bronzo dell''ultima emissione sardo-punica del 216 a.C., recanti in ante il profilo di Kore e sul retro l'effige del Toro.
Reperti: Museo Archeologico Comunale di Santadi e Museo Archeologico Nazionale di Cagliari.
Solki - Sant'Antioco
Solki, l'odierna S. Antioco, fu fondata dai Fenici nell'VIII sec. a C. su un precedente sito nuragico (resti di Nuraghe sono visibili sull'altura del Forte sabaudo di S. Antioco). Solki divenne uno dei più fiorenti scali fenici del Mediterraneo e nel 725 a.C. realizzò sulla terraferma, a controllo delle vie minerarie, l'avamposto fortificato di Monte Sirai. I Cartaginesi occuparono militarmente Solki intorno al 550 a.C. e ne fecero uno strategico approdo militare, perfezionando l'istmo artificiale di circa 3 km originato dai Fenici per il trasporto all'imbarco del piombo e dell'argento del Sulcis-Iglesiente.
Nel centro di S. Antioco (via Gialeto), nel 1983, è riaffiorato un lembo di abitato fenicio dell'VIII sec. a.C., giacente sopra un sito protosardo della cultura di Ozieri (III mill. a.C.) e al di sotto di case romane del I sec. d.C. Gli ambienti hanno pareti in mattoni crudi e una base di pietre impastate con argilla, così come di argilla e terra pressata sono le pavimentazioni. Il sito, importante perchè rari sono i ritrovamenti di abitati fenici, ha restituito anfore, brocche, vasi tripodi, vasetti per oli e unguenti.
Necropoli di Solki (loc. Is Pirixeddus)
La necropoli punica, il tofet e il Museo che custodisce i reperti fenicio-punici e romani si trovano nella zona collinare a N dell'odierno abitato, dove è allestito anche un vasto campo di scavi.
Solki, l'odierna S. Antioco, fu fondata dai Fenici nell'VIII sec. a.C. I Cartaginesi la occuparono militarmente all'inizio del VI sec. a.C., stanziandovisi per oltre tre secoli e alimentando un'estesa necropoli, utilizzata fino alla piena età romana (II sec. d.C). E' costituita da circa 1500 ampie tombe a camera ipogee, scavate nella tenera roccia vulcanica, molte con dromos (stretta gradinata di accesso, ricavata nel tufo).
Alcune tombe furono abitate fino a metà del 1900 e interconnesse abbattendo gli originali muri divisori. La necropoli è così vasta che in odierne abitazioni di S. Antioco la cantina è una tomba punica. I corredi funerari hanno restituito monili aurei (anelli, orecchini), amuleti, belle collane di grani di azzurra pasta vitrea, scarabei, maschere sileniche, vasellame e ceramiche greche di importazione e di imitazione locale (soprattutto lucerne, di cui una a dieci becchi).
Dall'area della necropoli provengono due imponenti leoni di pietra che probabilmente presidiavano la porta della città punica; sono visibili, con gli altri reperti, nel nuovo Museo Archeologico "Ferruccio Barreca", uno dei pochi Musei al mondo sito all'interno dell'area archeologica di provenienza dei reperti. Dalla necropoli proviene anche l'iscrizione punica "Sulcitana secunda", recante la dedica di un edificio termale da parte di Pollio a Porcio, capo dei sacerdoti del dio Eshmun.
Tofet di Solki
Il tofet era il luogo sacro a cielo aperto nel quale i Fenici e Punici interravano le anfore di terracotta contenenti le ceneri di bambini prematuramente defunti e sacrificavano animali agli dei per impetrare nuova prole. Il tofet di Solki-Sant'Antioco fu posto su una panoramica altura (loc. Guardia de Is Pingiadas, Altura delle pignatte) a circa 300 metri dall'odierno centro cittadino. Fu originato a metà dell'VIII sec. a.C. ed utilizzato fino al II sec. a.C. e permette di osservare anfore cinerarie ancora seminterrate, di cui finora riemerse oltre n. 3.300.
L'estensione del tofet riflette l'importanza di Solki, centro specializzato anche nella produzione delle stele, segnacoli di pietra che venivano infissi sul luogo di interramento (dal tofet di S. Antioco ne sono riemerse circa n. 1600). Le stele di Solki (VI - II sec. a.C.) sono di roccia vulcanica o di chiaro e duro calcare; le più antiche hanno motivi appena accennati ma, intorno alla fine del IV sec. a.C., compaiono influenze greche e delle figure (maschile con disco sul petto o femminile con fiore sul petto). Ritrovate anche stele con figura animale (ariete, toro, cavallo). Presso il nuovo Museo Archeologico di Sant'Antioco è visibile un grande pannello che riabbina stratigraficamente le stele ai contenitori cinerari.
Tempio di Tanit e stele di Nora - Pula (Nora)
Provenivano probabilmente da Cipro, una più antiche colonie fenicie del Mediterraneo, i mercanti fenici che approdarono intorno all'850 a.C. nell'area di Nora e che dedicarono forse ad un potente re di Tiro una stele votiva di arenaria, nella quale è inscritto per la prima volta, con l'alfabeto privo di vocali dei Fenici, il nome della Sardegna: B SRDN.
Nora fu uno dei più antichi insediamenti fenici della Sardegna e tra i centri della Sardegna punica fu quella che più stretti rapporti ebbe con Cartagine.
Scavi effettuati su un piccolo rilievo alle spalle della Chiesa di S. Efisio, sita in prossimità del Parco Archeologico della città romana di Nora, hanno restituito le fondazioni quadrangolari del tempio fenicio-punico di Tanit, cosiddetto per il rinvenimento di un piccolo betile dedicato alla principale dea dell'olimpo fenicio-punico.
I resti di un altro tempio dedicato al dio Eshmun furono invece svelati, con resti di moli e muraglie, da una violenta mareggiata. Dal rilievo si abbraccia il disegno urbanistico della città romana di Nora: un'ordinata griglia di strade rettilinee pavimentate con spesse lastre di nera andesite.
Reperti: Museo Archeologico Nazionale di Cagliari e Civico Museo Archeologico di Pula.
Insediamento Fenicio-Punico di Bitia - Domus De Maria
L'insediamento fenicio di Bitia (VIII sec. a.C.), i cui resti affiorano nei pressi di Capo Spartivento, in loc. Chia/Su Portu (seguire le indicazioni per Torre Chia), fu uno dei primi scali fenici sulle coste sarde e l'abitato, di cui sono visibili i ruderi, era in parte posizionato sull'altura ove ora svetta la torre spagnola.
Per la sua fertilità e pescosità la zona era stata già residenza di Protosardi e di Nuragici e resti di Nuraghi affiorano nella piana e sulle alture alle spalle della costa. I Fenici edificarono la necropoli vicino alla spiaggia e il tofet sul contiguo isolotto di Su Cordulinu.
Nei pressi della necropoli sono individuabili i ruderi del tempio punico di Bes, vicino al cui altare fu trovata una monumentale statua del dio Bes, visibile al Museo Archeologico di Cagliari.
La cruenta conquista cartaginese (V sec. a.C.) portò a Bitia distruzione e abbandono ma i Punici si affrettarono a riedificarla e a cingerla di mura.
È probabile che Bitia fosse uno scalo intermedio sulla frequentata rotta Etruria-Cartagine, percorsa fin dal VI sec. a.C. (Le coste nord africane distano da Chia 180 km).
La necropoli di Bitia ha restituito monili in argento, gusci di uova di struzzo, lance e pugnali e, nel suo strato più arcaico, ha conservato le tracce di defunti di stirpe nuragica.
Da una stipe votiva del tempio di sono riemerse 531 figurine fittili (in argilla locale, III-II sec. a.C.), probabilmente ex-voto, nella cui produzione Bitia era specializzata.
Bitia fu abitata anche in età romana e di quel periodo è testimone una pietra miliare della strada che i Romani realizzarono sul tracciato cartaginese e che reca incisa A NORA BITHIAE (da Nora a Bitia).
Bitia fu abitata fino al VI sec. d.C. e poi abbandonata perché troppo esposta alle scorrerie piratesche che impoverirono per secoli le coste del Sud Sardegna.
I reperti di Bitia sono visibili il Civico Museo Archeologico di Domus De Maria e presso il Museo Archeologico Nazionale di Cagliari.
Necropoli punica di Tuvixeddu - VI-III sec. a.C. - Cagliari
Tuvixeddu in sardo indica "luogo perforato" ed in effetti la necropoli punica di Tuvixeddu, una delle più estese del Mediterraneo, situata nella zona ovest di Cagliari (quartiere S. Avendrace), è costituita da centinaia di tombe scavate nel fronte di roccia calcarea, accessibili da un piccolo ingresso rettangolare "a pozzetto".
Alcune delle camere tombali di Tuvixeddu mostrano rarissimi, quando non unici nel panorama mediterraneo, esempi di pittura funeraria punica.
Le figure e i simboli dipinti circa 2500 anni fa con la rossa ocra sulle pareti della "tomba del guerriero" e della "tomba dell'ureo" proiettano l'universo magico-sacrale punico e, nel caso dell'effige alata dell'ureo, confermano quanto presente fosse il simbolismo egizio (per gli Egizi l'ureo rappresentava il potere) nell'arte punica.
I rasoi rinvenuti nelle tombe di Tuvixeddu (VI-V sec a.C.) recano incisi simboli geometrici o zoomorfi e, uno, il simbolo gorgonico, che riflette suggestioni italiche e che è dipinto anche su una delle tombe della necropoli cagliaritana.
Le necropoli fenicio-puniche del Mediterraneo hanno restituito anche rasoi in bronzo databili VII-II sec. a.C., destinati al ceto abbiente e infatti ritrovati in numero esiguo rispetto al corpo dei reperti delle principali necropoli sarde, iberiche e nord-africane.
Sul colle di Sant'Elia, nei pressi del promontorio della Sella del Diavolo, sono invece in corso scavi per riportare alla luce il tempio fenicio della dea Ashtart.
Scalo portuale di Santa Gilla - Cagliari
Sulle rive settentrionali dell'estesa laguna di S. Gilla (che al tempo dei Fenici aveva acque più profonde) era sito lo scalo portuale fenicio (circa 750 a.C.) e quindi punico, che serviva l'insediamento di Karalis, situato sulle rive orientali dello stesso stagno. Vi erano ubicate anche le botteghe artigiane fenice che producevano anfore di terracotta (VII-VI sec. a.C.) mentre al V-IV sec. a.C. risalgono i reperti punici riemersi dalle acque: anfore, lucerne, ex-voto, vasellame domestico.
Le molte anfore commerciali puniche ritrovate intere contenevano ossa di animali e semi. Alcune presentano a rilievo un bollo a cerchio o a rettangolo, allora diffuso in tutto il Mediterraneo occidentale. Il bollo forse certificava il volume dell'anfora e recava caratteri dell'alfabeto fenicio-punico, il "segno di Tanit", figure di animali, palme o rosette.
In epoca romana lo scalo portuale era più coincidente con l'attuale porto di Cagliari, intorno al quale i Romani edificarono l'abitato di Carales. Tra la fine del IV ed il II sec. a.C. a S. Gilla era situato anche un deposito di oggetti votivi i cui ritrovamenti consistono in numerosi ex voto in argilla che per fattura artistica e creatività si collocano al vertice della produzione sarda di quel periodo (riproducenti parti di corpo umano o animali, anche coccodrilli).
I reperti sono visibili presso il Museo Archeologico Nazionale di Cagliari.
Santuario fenicio di Ashtart - Tempio romano di Giunone Villasimius - Cuccureddus
Il santuario fenicio e in seguito romano di Cuccureddus fu edificato intorno al 750 a.C. su una panoramica collinetta prospiciente il Golfo di Carbonara, presso l'allora navigabile foce del Riu Foxi. Era probabilmente dedicato alla dea Ashtart e costituiva uno scalo intermedio delle rotte commerciali del Mediterraneo occidentale, dove i naviganti si rifornivano, facevano affari e impetravano il favore degli dei. Si spiega così il ritrovamento di ambienti ed oggetti riferibili sia ai culti sia al quotidiano degli uomini che avevano cura del tempio e del porto, che si trovava ai piedi della collina.
Il santuario era anche crocevia delle relazioni commerciali tra Nuragici e Fenici e vicino, nella valletta di S. Maria, si sviluppò l'abitato fenicio: gli scavi hanno trovato le tracce del cruento assalto cartaginese (circa 540 a.C.) che lo incendiò e rase al suolo. I Romani riedificarono il tempio sulle rovine fenice e lo dedicarono a Giunone; ripopolarono anche l'abitato di S. Maria (fino a tutto il IV sec. d.C.) che fu poi definitivamente abbandonato all'inizio del dominio bizantino. Tra gli oggetti rinvenuti nel tempio romano spiccano molti ex voto di età repubblicana (II e I sec. a.C.) riproducenti la parte anatomica (genitali, orecchie, gambe, braccia) di cui s'invocava la guarigione.
I reperti del tempio di Cuccureddus sono visibili presso il Museo Archeologico di Villasimius.
Città romana di Neapolis - Guspini
Il vasto territorio guspinese include anche la laguna di S. Maria, popolata da molte varietà di specie aviarie, tra cui i fenicotteri rosa. Sulle sue sponde sorgeva l'importante centro nuragico di S. Maria de Nabui e successivamente (fine VI sec. a.C.) i Cartaginesi vi edificarono la città di Neapolis che raggiunse massimo sviluppo ed estensione (circa 30 ha) in età romana. Di Neapolis restano strade, basamenti di abitazioni e del Foro, tratti dell'acquedotto e due edifici termali, alimentati dalle sorgenti calde della zona.
Dall'area termale di Neapolis proviene la statua acefala in marmo (forse Mercurio), visibile al Museo di Sardara. Il territorio di Neapolis si estendeva fino alla loc. di S. Maria de is Acquas (Sardara).
I Reperti Punici e Romani di Neapolis sono visibili presso il Museo Archeologico di Sardara.
Complesso termale di S. Maria Angiargia - Collinas
Nell'agro di Collinas sono stati trovati consistenti resti di un complesso termale romano, facente parte di un'estesa residenza padronale.
L'area è attualmente interessata da scavi.
Terme romane di Aquae Neapolitane - Sardara
Lungo l'asse viario Nord-Sud romano, che da Carales conduceva ai porti di Tibula (S.Teresa di Gallura), di Olbia e di Turris Libisonis (Porto Torres), sorsero vasti insediamenti stanziali e importanti complessi termali, quali S. Maria de Aquas e Fordongianus (OR). Il territorio di Sardara è ricco di salutari sorgenti termali e minerali, note come acque "de is dolus"; (sanadolori), del cui millenario utilizzo ha ora il testimone il Centro Benessere delle Terme di Sardara.
In epoca romana, a 2 km dall'odierna Sardara (sulla s.p. per Pabillonis), sorse l'insediamento di Aquae Neapolitanae, limitrofo alla città romana di Neapolis. Le Terme utilizzavano le sorgenti calde di S. Maria de Is Aquas (50°-68°), ora affluenti nelle piscine Centro Benessere Termale.
Le attuali Terme sono attorniate dai visibili resti delle fondazioni del complesso romano, che fu citato dallo storico Tolomeo (II sec. d.C.) e dall'Itinerarium Antonimi (III sec. a.C.).
Nei pressi delle sorgenti calde ci sono resti di più Nuraghi, situati proprio tra le fonti. I Nuragici edificarono intorno al 1000 a.C nei pressi della sorgente Sa Mitzixedda, a nord dell'abitato, un importante Santuario dedicato al culto delle acque (Pozzo sacro e santuario di S. Anastasia).
I preziosi reperti delle diverse civiltà (Protosarda, Nuragica, Fenicio-Punica e Romana) che si succedettero nell'antichità nel territorio di Sardara e in quello dei vicini Comuni (Arbus, Gonnosfanadiga, Guspini, Sanluri, Serrenti, Serrenti, Nuraminis, San Gavino, Pabillonis, Monastir) sono visibili presso il Museo Archeologico di Sardara.
Tempio di Antas - Fluminimaggiore
Il tempio punico e quindi romano del Sardus Pater si erge nella valle di Antas, solcata dal fiume omonimo. Sorse su un'antichissima area sacra, dove Protosardi e Nuragici già celebravano la divinità indigena progenitrice Bab(i). Dalle tombe nuragiche (IX sec. a.C.), limitrofe al tempio, proviene una statuina di bronzo con copricapo e benedicente, forse riproducente Bab(i).
Intorno al 500 a.C. i Cartaginesi edificarono sul sito sacro nuragico un importante tempio orientato a Nord-Ovest e dedicato ad Adon Sid addir Bab (Signore Sid potente Bab), dio cacciatore, figlio di Tanit e Melqart. Circa un secolo dopo il tempio fu ristrutturato, con basamento (circa m 10x20) di grandi blocchi squadrati di arenaria e colonne doriche; un altare punico, incorporante una roccia sacra (probabilmente l'altare protosardo), è riconoscibile vicino alla scalinata romana. Il tempio cartaginese fu distrutto sul finire del III sec. a.C., nel corso di una rivolta indigena fomentata contro Cartagine e la furia distruttrice è testimoniata dai reperti di questo periodo, tutti deliberatamente frammentati.
Tra il I sec a.C. e il III sec. d.C. i Romani ricostruirono il tempio (a pianta classica, con colonne ioniche, prònao tetrastilo, scalinata ed altare), dedicandolo all'imperatore Caracalla ed al Sardus Pater, dio progenitore dei Sardi. L'architrave dell'epistilo del tempio reca la scritta TEMP (L UM) (S) ARDI PATRIS BAB.
A 20 minuti di sentiero dal monumento si trova la cava di arenaria utilizzata per la costruzione del tempio mentre il tracciato della strada romana (1,30 h di percorso) collega la valle di Antas alla splendida grotta di Su Mannau. Nelle antiche cartografie il tempio di Antas è indicato come Sardopatoris Fanum (tempio del dio padre dei Sardi).
Alcuni studi identificano il Tempio di Antas con quello del Sardopatores ieròn (Tempio del Sardus Pater) posizionato dal greco Tolomeo sulla costa ovest della Sardegna. Ad individuare gli affioramenti del monumento fu il La Marmora (prima metà XIX sec.) ma è la Soprintendenza di Cagliari che effettuò i lavori di scavo e di restauro (1967-76) che gli restituirono l'aspetto attuale. In estate il tempio è il magico scenario della rassegna di musica e poesia "Notti ad Antas".
REPERTI del Tempio di Antas (visibili presso il Museo Archeologico Nazionale di Cagliari).
Il tempio di Antas ha restituito pregiati reperti punici e romani: monili d'oro, amuleti e statuette di marmo (tra le quali spicca una testa di Afrodite in marmo greco, databile 420-410 a.C.); statuette di bronzo e molti ex-voto in argilla e in bronzo (IV-III sec. a .C.); vetri e terracotte; capitelli dorici; un doccione a testa leonina e più iscrizioni puniche su pietra invocanti Adon Sid addir Bab. Ritrovate più di 2000 monete di bronzo, di cui 200 puniche (zecca di Cartagine) ed una lamina in bronzo offerta da uno schiavo imperiale romano, Alexander, al Sardus Pater.
Terme romane e mosaici paleocristiani di san Cromazio Villaspeciosa
Villaspeciosa, Comune del pianeggiante basso Campidano, conserva importanti testimonianze archeologiche e artistiche come la bella chiesa romanica di San Platano, eretta dai monaci di S. Vittore di Marsiglia nel 1141, utilizzando blocchi di calcare provenienti dal limitrofo insediamento romano e paleocristiano.
Dell'oratorio paleocristiano è riaffiorato il pavimento con mosaici (IV-VI sec. a.C.) recanti i simboli cristiani della foglia di vite e della spiga di grano. Nella stessa area gli scavi hanno portato alla luce un complesso termale romano di cui è visibile l'ampia vasca del frigidarium.
Sulci - Sant'Antioco
Durante i sette secoli di dominio romano di Sulci (nome latino della città fenicio-punica di Solki) nel suo porto transitò gran parte del piombo e dell'argento estratto nel Sulcis-Iglesiente e l'operoso centro, nel I sec. d.C., venne elevato a rango di municipium.
Nell'abitato di S.Antioco si trova la fonte "is Solus", originata dai Romani per drenare un'area palaludosa; in via E. D'Arborea si trovano i resti di una monumentale tomba romana (I sec. a.C.); un pregevole mosaico con due pantere rampanti è riemerso nell'area dell'attuale Municipio ed è visibile nel nuovo Museo Archeologico "Ferruccio Barreca", sito all'interno dell'area archeologica del tofet punico, a nord dell'abitato.
Il Museo espone le statue, il vasellame e i gioielli delle diverse civiltà che, dopo i Nuragici, si avvicendarono nel territorio di S. Antioco: Fenici, Punici, Romani.
Catacombe paleocristiane (II-IV sec. d.C) - Sant'Antioco
Dal braccio destro del transetto della bella Chiesa di S. Antioco, una delle più antiche della Sardegna, si scende alle suggestive catacombe paleocristiane, ricavate da tombe puniche ipogee del V sec. a.C.
La Chiesa fu eretta dai monaci Vittorini di Marsiglia nel 1102 su un'importante edificio sacro paleocristiano. Nel restauro del primo '600 furono trovate le spoglie di S. Antioco e nei suggestivi e nudi interni di chiara pietra locale sono visibili frammenti scolpiti e una lastra con figure nei quali echeggia la ricchezza dell'edificio paleocristiano.
Le reliquie della testa del martire africano S. Antioco sono contenute in un reliquario d'argento (1615) che riproduce un piccolo tempio di stile bizantino.
I preziosi reperti delle diverse civiltà (Protosarda, Nuragica, Fenicio-Punica e Romana) che si succedettero nell'antichità nel territorio di S. Antioco sono visibili presso il nuovo Museo Archeologico "Ferruccio Barreca", sito all'interno dell'area archeologica del tofet fenicio-punico.
Teatro e Terme romane di Nora - Pula
Dall'abitato di Pula un bel viale alberato (3.000 m) conduce al Parco Archeologico di Nora, splendidamente posizionato sulla piccola penisola di Capo Pula, ricca di approdi sicuri che catalizzarono l'attenzione di Nuragici, Fenici, Punici e Romani.
Gli scavi hanno restituito la città romana nel periodo di massima prosperità: Nora divenne Municipium nel I sec. d.C. e i Romani la dotarono di un teatro (I metà II sec. d.C.), di imponenti terme (II sec. d.C) e di strade pavimentate in lastroni di andesite, corredate da un efficiente sistema fognario.
Nora fu abbandonata nel VII sec. d.C. La sua area archeologica ha restituito numerosi e pregiati reperti fenicio-punici e romani (in parte esposti nel Museo Archeologico di Pula) tra cui la famosa stele di Nora (IX sec. a.C.) nella quale compare in caratteri fenici la prima indicazione scritta del nome Sardegna: BShrdn (visibile presso Museo Archeologico Nazionale di Cagliari).
Teatro romano di Nora (I metà II sec. d.C.)
Nell'iposcenio del teatro sono visibili 2 dolii, i vasi risuonatori utilizzati dai Romani per amplificare la voce degli attori. Nelle notti estive il teatro romano di Nora regala suggestioni indimenticabili ed ospita recital di poesie e spettacoli canori. Accanto al teatro spiccano le vestigia del tempio romano.
Terme romane di Nora
L'ampiezza delle architetture e dei mosaici del complesso termale (II sec. d.C.) di cui i Romani dotarono Nora testimoniano l'importanza della città romana. Le Terme centrali si trovano sulla strada a Sud del teatro; nelle Terme piccole sono visibili nicchie e sedili in muratura e quindi si sfila davanti ai resti monumentali del complesso delle Terme a mare, con lati porticati. Il complesso dei mosaici romani è su pavimentazioni di edifici diversi e si estende per circa 800 m².
Cagliari Romana - Museo del tesoro e area archeologica di S. Eulalia
Sotto il poggio su cui sorge la chiesa di S. Eulalia (quartiere Marina) è riaffiorato nel 1990, durante lavori di sistemazione della sacrestia, un sito monumentale ipogeo della Cagliari romana.
L'esplorazione della cavità rivelata dagli scavi si è estesa al sottosuolo del Museo dell'intera Chiesa, restituendo una viva immagine della Cagliari romana e alto-medievale: in un suggestivo percorso sotterraneo si percorrono circa 15 metri di ripida strada romana, lastricata, larga più di 4 metri e diretta al porto.
Gli scavi attuali sono in corso 7 metri al di sotto della Chiesa e stanno riportando alla luce un vasto ambiente di cui sta affiorando un lato con colonne, poggianti su un pavimento di piccole piastre irregolari di calcare e di marmo.
Anfiteatro romano
L'anfiteatro di Cagliari (I-II sec. a.C.) è la più importante struttura pubblica della Sardegna romana (cavea ellissoidale m 88x72, arena m 47x31).
Sito alle pendici meridionali del colle di Buon Cammino poteva ospitare più di 10.000 spettatori che, a seconda del censo (senatores, equi, plebei, servi), prendevano posto sui diversi ordini di gradinate. Il monumento fu in parte direttamente ricavato dallo scavo del fronte di roccia ed in parte edificato con blocchi di bianco calcare proveniente dalle cave aperte nelle vicinanze. Fino a metà '800 l'anfiteatro fu incessantemente depredato per asportarne materiale da costruzione finché il Comune acquisì l'area, affidando gli scavi al canonico Giovanni Spano. Dall'estremità dell'arena, un corridoio tuttora percorribile (95 m), scavato nella roccia, raggiunge una grande cisterna sotterranea, ubicata nell'Orto del vicino Convento dei Cappuccini.
Nelle notti estive l'anfiteatro romano diventa il suggestivo ed emozionante scenario di opere liriche, concerti e balletti.
Grotta della vipera
I due serpenti incrociati scolpiti sul frontone di questa sepoltura patrizia (I sec. d.C.) simboleggiano la fedeltà di Atilia Pomptilla ed il suo appassionato amore per lo sposo Cassio Filippo. Atilia offrì agli dei la propria vita per la guarigione di Cassio: la supplica fu esaudita e questa struggente love story ci è narrata dalle iscrizioni in latino e greco che Cassio volle eternare sulle pareti della grotta sepolcrale:
"Che le tue ceneri, o Pomptilla, siano mutate dalla rugiada in gigli e in verdi foglie tra le quali brilleranno la rosa, il profumato zafferano e l'imperituro amaranto. Possa tu apparire ai nostri occhi come il fiore della bianca primula cosicché, similmente ai narcisi ed ai giacinti, sia oggetto di lacrime eterne e rammenti il tuo nome alle genti future. Cassio Filippo sentiva la sua anima abbandonarlo e le sue labbra già prossime alle acque del Lete quando tu, Pomptilla, ti sacrificasti per lo sposo morente e riscattasti la sua vita al prezzo della tua morte. Così un dio ha spezzato la nostra dolce unione; ma se Pomptilla si è sacrificata per la vita dello sposo adorato, Filippo, rimpiangendo una vita conservata a sì caro prezzo, supplica ardentemente gli dei di poter riunire al più presto la sua anima a quella della più tenera delle spose."
Casa di Tigellio (Via Tigellio)
È attribuita al poeta-soldato latino Tigellio, di origine sarda, morto nel 40 d.C., l'aristocratica residenza romana riaffiorata decenni or sono nel centro di Cagliari, di cui sono visibili resti di un atrio tetrastilo e lembi di dipinti musivi.
Scalo portuale di Santa Gilla
Sulle rive settentrionali dell'estesa laguna di S. Gilla (che al tempo dei Romani aveva acque più profonde) era già situato lo scalo portuale fenicio (seconda metà VIII sec.) e quindi punico che serviva l'insediamento di Karalis, situato sulle rive orientali della stesso stagno.
In epoca romana lo scalo portuale era più vicino all'attuale porto di Cagliari, nei pressi del quale i Romani edificarono l'abitato di Carales.
Fin dall'età fenicia sulle rive di S. Gilla erano situate le botteghe artigiane che dall'argilla locale producevano vasellame, anfore ed ex voto; tra la fine del IV ed il II sec. a.C. vi era ubicato anche un deposito di oggetti votivi che ha restituito numerosi ex voto in argilla (riproducenti parti di corpo umano o animale e anche coccodrilli) che per fattura artistica e creatività si collocano al vertice della produzione sarda del periodo punico-romano.
Dominio Bizantino - Età dei Giudicati
La mappa mostra la localizzazione dei Castelli giudicali e pisani e delle più antiche Chiese del Sud Sardegna (paleocristiane-bizantine e romanico-pisane), i cui primi edifici sacri sono le Chiese paleocristiane di San Saturnino (Cagliari) e di S. Antioco (S. Antioco), entrambe edificate intorno al V-VI sec. e ancora parzialmente conservanti i primitivi impianti a croce greca.
La maggior parte delle Chiese e degli Oratori paleocristiani del Sud Sardegna, dopo i travagliati secoli del precario governo bizantino, vennero ristrutturati dai Monaci benedettini di S. Vittore di Marsiglia, che giunsero nel Sud dell'Isola intorno al 1080, col viatico del Papa e dei Giudici di Cagliari.
L'impulso benedettino si concretizzò anche nelle 28 Chiese erette nel Sud Sardegna in quel periodo (non tutte giunteci), alcune delle quali sono veri e propri capolavori dell'architettura romanica (come l'ultima realizzazione benedettina del 1145, la splendida S. Maria di Uta).
Nel secolo successivo i Pisani, insediatisi a Cagliari nel 1217, eressero in primis il castello di San Michele (Cagliari) ed introdussero nell'architettura sacra i primi influssi gotici, individuabili nelle loro maggiori realizzazioni edilizie (nel Sud Sardegna: le Cattedrali di Cagliari e di Iglesias, la Basilica di S. Pantaleo di Dolianova e la Chiesa di S. Maria di Tratalias).
Dello studio della storia dei Castelli della Sardegna si occupa la delegazione di Cagliari dell'Istituto Nazionale dei Castelli.
La delegazione di Cagliari (presidente Prof. Francesco Floris - tel. 070.493559-303157) partecipa ad incontri e seminari nazionali ed internazionali.
Castello di San Michele - Colle di San Michele - Cagliari
Il Castello venne eretto dagli Aragonesi (circa 1350) sull'omonimo colle e svettava isolato fuori dalle mura di Cagliari, a guardia dell'orizzonte nord-ovest.
I Catalani lo edificarono, con torri e fossato, sui resti di una Chiesa medievale e vi insediarono la potente famiglia dei Carroz, durante la cui permanenza il maniero ebbe massimo splendore.
L'altura con la sagoma del Castello è visibile da buona parte dell'hinterland cittadino e dalla sua sommità si coglie la splendida visione del sistema lagunare che incorona Cagliari.
Castello S. Michele fu lazzaretto durante l'epidemia di peste (1652-56), fu nuovamente fortificato quando gli attacchi francesi - tra il '600 e il '700 - minacciarono Cagliari e nell'800 ospitò una caserma.
Nel 1867 il Marchese Roberti di San Tommaso lo acquistò e ricoprì parte del colle con pregiati pini d'Aleppo.
Stato e Comune, che ora ne detengono la proprietà, salvaguardarono (anni '80 - intervento F.I.O) le strutture esterne e consolidarono l'interno con acciaio e policarbonato.
Il Castello è circondato da un delizioso Parco comunale. Nella bianca roccia calcarea di colle San Michele si trovano molti fossili (bivalvi, coralli, coccodrilli, denti di squalo), indicanti che nel Miocene l'area cagliaritana fu a lungo ricoperta da un caldo mare tropicale.
Basilica di San Saturnino - Cagliari
La Basilica di San Saturnino è la prima e più importante chiesa paleocristiana della Sardegna, citata già in un documento del 533. Il suo primo impianto fu un monumentale oratorio con pianta a croce greca eretto sul luogo della decapitazione del martire cristiano Saturno, avvenuta intorno al 304 d.C.
Nel 1089 il Giudice di Cagliari Salusio II donò l'edificio ai Monaci benedettini di S. Vittore anche se a causa delle incursioni vandale e arabe la Basilica conservava poco dello splendore originario; i Monaci la ristrutturano in stile romanico-provenzale, realizzando una Chiesa che avrebbe influenzato molte coeve architetture sacre del Sud Sardegna, e la riconsacrarono nel 1119, istituendovi la sede sarda del loro Priorato ed edificando un convento che fu gravemente danneggiato durante l'assedio catalano della città (circa 1300) e che rovinò completamente nel secolo successivo.
Nel 1614 iniziarono gli scavi per la ricerca dei resti dei Martiri; nel 1669 le mura perimetrali della Basilica e l'edificio stesso fornirono materiale per il restauro della Cattedrale di Cagliari.
Da allora ad oggi la Chiesa è stata restaurata più volte, anche a seguito dei bombardamenti del 1943; nell'area circostante scavi archeologici hanno individuato numerose sepolture romane e bizantine.
Cattedrale di Santa Maria
Edificata dai Pisani intorno al 1200, quasi sulla sommità della roccaforte di Castello, e nei secoli più volte restaurata. La sua facciata neoromanica è del 1930; della Cattedrale originaria restano il campanile quadrangolare e la raffinata porta laterale sinistra. Il grande pulpito in marmi preziosi con leoni fu realizzato nel 1162 per la cattedrale di Pisa e da questa donato a Cagliari nel 1312. Era talmente imponente che nel '600 fu diviso in due e posto ai lati dell'ingresso.
Negli splendidi interni della Cattedrale, si trovano i mausolei di nobili e prelati e l'ornatissima tomba di Martino il Giovane, infante di Aragona (morto nel 1323). Nella cripta sotto l'altare si aprono il santuario delle ossa dei Martiri sardi (tra cui Santa Greca e San Saturnino) e gli spazi più antichi e segreti della Cattedrale di Cagliari. Nella stretta via in pendenza che si diparte a sinistra della Cattedrale si trova il Museo del Duomo.
Basilica di Nostra Signora di Bonaria
Furono gli Aragonesi ad originare il candido santuario rivolto verso il mare e posto sulla sommità dell'omonimo colle, erto di fronte al colle di Castello.
Di quel santuario restano la torre campanaria e l'abside mentre il resto dell'edificio è settecentesco.
Nell'altare maggiore è conservata la statua di N.S. di Bonaria, protettrice dei Marinai, che leggenda vuole trovata nel mare in tempesta nel 1370 , all'interno di una cassa, scivolata dal ponte di una nave spagnola.
La sagrestia della Chiesa è interamente tappezzata da ex voto in argento o dipinti su tela, una raccolta molto suggestiva, da cui effonde la devozione dei naviganti per la Vergine di Bonaria.
Santa Restituta
Si trova sotto Chiesa omonima, nel luogo dove leggenda vuole avvenuto il martirio della Santa, le cui reliquie furono ritrovate nel 1614. La cripta è un vasto ipogeo, utilizzato quale luogo sacro già dai Protosardi, che mostra le tracce delle frequentazioni punico-romane (due cisterne per l'acqua), paleocristiana, bizantina (un lembo di affresco) e medievale, fino al XVI sec. Il prezioso simulacro in marmo della Santa è un raro esempio di arte copta (V-VI sec.).